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mercoledì 1 marzo 2017


Il digiuno che piace al Signore
Digiuna dal giudicare gli altri:
scopri Cristo che vive in loro. 
Digiuna dal dire parole che feriscono:
riempiti di frasi che risanano. 
Digiuna dall'essere scontento:
riempiti di gratitudine. 
Digiuna dalle arrabbiature:
riempiti di pazienza. 
Digiuna dal pessimismo:
riempiti di speranza cristiana. 
Digiuna dalle preoccupazioni inutili:
riempiti di fiducia in Dio. 
 Digiuna dal lamentarti:
riempiti di stima per quella meraviglia che è la vita. 
Digiuna dalle pressioni e insistenze:
riempiti di una preghiera incessante. 
Digiuna dall'amarezza:
riempiti di perdono. 
Digiuna dal dare importanza a te stesso:
riempiti di compassione per gli altri. 
Digiuna dall'ansia per le tue cose:
compromettiti nella diffusione del Regno. 
Digiuna dallo scoraggiamento:
riempiti di entusiasmo nella fede. 
Digiuna da tutto ciò che ti separa da Gesù:
riempiti di tutto ciò che a Lui ti avvicina. 

Spirito Santo, che hai condotto Gesù nel deserto,
dove Egli ha digiunato per quaranta giorni e quaranta notti, 
per l'intercessione di Maria SS.,
Madre di Gesù e Madre mia,
aiutaci a digiunare così come tu vuoi.

Commento francescano

Possiamo ancora una volta ricominciare daccapo! Questa è la quaresima: tempo propizio per ritornare a sé stessi, ai fratelli, al Signore Gesù. È tempo in cui quanto è amaro possa ancora trasformarsi in dolcezza dell’anima e del corpo. È tempo per camminare. È un cammino di alterità, un cammino di misericordia. È tempo di essere in viaggio mettendoci in fila, l’uno dietro l’altro, per piegare il capo ed essere cosparsi di cenere al fine di aprire gli occhi al fratello che cammina con noi, aprire il cuore all’unica realtà che non passa. Realtà che ci è rivelata nel segreto della preghiera: la tenera misericordia del Padre.

Mercoledì delle ceneri

Parola di Dio
Gl 2,12-18 Laceratevi il cuore e non le vesti.
Sal 50 Perdonaci, Signore: abbiamo peccato.
2Cor 5,20 - 6,2 Riconciliatevi con Dio. Ecco ora il momento favorevole.
Canto al Vangelo (Sal 94,8ab) Oggi non indurite il vostro cuore, ma ascoltate la voce del Signore.
Mt 6,1-6.16-18 Il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà.

Ritornare
Il libro di Gioele si apre con la descrizione di terribili flagelli che colpiscono la terra di Giuda, e si conclude con l’annuncio di un futuro in terra paradisiaca. Questo rovesciamento di prospettiva segna la teologia di quest’opera profetica: prima di condurre alla salvezza, l’azione divina ha bisogno di sconvolgere il mondo. In Gioele si individuano così le primizie di un tema che avrà un grande successo nella letteratura apocalittica: quello del dramma escatologico della fine dei tempi. Per questo motivo la prima parte della lettura che introduce il tempo di Quaresima è tutto un invito a diventare consapevoli del bisogno di salvezza attraverso una serie di azioni che ne esprimano l’urgenza e l’importanza. Puntando l’attenzione alla trappola del formalismo religioso, la voce profetica propone di iniziare il processo di conversione dalla lacerazione del cuore, anziché da quella delle vesti. Non si tratta di un invito all’autolesionismo, ma di un appello a riconoscere che le ferite e le fratture interiori meritano di essere portate alla luce senza paura, perché il Signore «è misericordioso e pietoso, lento all’ira, di grande amore, pronto a ravvedersi riguardo al male» (Gl 2,13). Del resto, la prospettiva di ogni autentica conversione non è mai il tentativo di modificare il pensiero o l’agire di Dio – e in un certo senso nemmeno il proprio – ma di poter fare ritorno alla sua presenza e alla sua alleanza. Ogni autentico cambiamento della vita e delle sue istanze morali non può che essere la conseguenza di un ritorno meditato e abbracciato nella fede.
Chissà?
La speranza che la conversione non debba essere uno sforzo o una nostra iniziativa per meritare il favore divino, ma un percorso orientato a scoprire il desiderio che Dio ha di incontrare ancora la nostra umanità, si traduce, nel cuore del profeta, in un intrigante invito rivolto al popolo: «Chi sa che non cambi e si ravveda e lasci dietro a sé una benedizione?» (Gl 2,14). La forma dell’auspicio, più sobria e prudente di qualunque affermazione, non toglie nulla alla speranza del possibile ritorno, mentre lo colloca sul piano della relazione, nel gioco di libertà di cui il dono dell’alleanza con Dio si nutre. Il profeta sottolinea anche come il ritorno a Dio non possa e non debba essere affrontato come un cammino individuale. Bisogna proclamare un digiuno solenne e convocare un’assemblea sacra perché ogni allontanamento da Dio non avviene mai a causa del singolo, ma è il frutto di una trama di comunione che si logora e si frantuma: «Radunate il popolo, indite un’assemblea solenne, chiamate i vecchi, riunite i fanciulli, i bambini lattanti; esca lo sposo dalla sua camera e la sposa dal suo talamo» (Gl 2,16). La violazione dell’intimità del talamo, con cui si conclude il richiamo profetico, vuole essere presagio di una possibile intimità da recuperare con Dio. Infatti, il libro di Gioele articola il motivo del giudizio di Sion con quello della sua salvezza e il rovesciamento di prospettiva si opera proprio in 2,18, dove finalmente vengono affermati lo zelo e la pietà di YHWH per il suo popolo: «Il Signore si mostra geloso per la sua terra e si muove a compassione del suo popolo» (2,18).
Praticare
Le indicazioni di Gesù nel vangelo di Matteo portano a compimento le visioni profetiche di Gioele, evitando di definire il cammino della conversione come un intenso sforzo da compiere per eliminare — o almeno ridurre — il male o l’imperfezione ancora presenti nella nostra vita. Anzi, presentando ai suoi discepoli quelli che la tradizione rabbinica ha definito «i tre pilastri del mondo» (la preghiera, l’elemosina e le opere di misericordia), appena prima di «insegnare» loro la preghiera del Padre nostro, Gesù afferma che un certo modo di migliorare il volto della nostra umanità può essere addirittura rischioso se è compiuto per inseguire lo sguardo degli altri, anziché cercare il volto del Padre: «State attenti a non praticare la vostra giustizia davanti agli uomini per essere ammirati da loro, altrimenti non c’è ricompensa per voi presso il Padre vostro che è nei cieli » (Mt 6,1).  Tuttavia il suggerimento del Maestro è molto preciso. Ciò che si mette in discussione non è la prassi, ma l’esercizio di una giustizia «propria» che rende del tutto inutile quella giustificazione che Dio vuole concedere ai suoi figli come perdono e misericordia. Tutte le raccomandazioni a restare fedeli ai «tre pilastri» della tradizione di Israele sono volte, infatti, a educare un modo di compiere atti religiosi facendo attenzione che il fine non sia quello di «essere lodati», «essere visti» dagli altri e dalla gente. La posta in gioco, secondo l’insegnamento di Gesù, è altissima e coincide con la stessa rivelazione della sua alleanza nuova ed eterna: «…e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà» (Mt 6,18). Istruendo i discepoli circa i modi della vita spirituale, Gesù consegna già il fine ultimo dell’esperienza evangelica, che è l’accesso a una relazione filiale con Dio, dove le cose non si fanno più né come sforzo, né per uno scopo, ma unicamente come figli amati e redenti.
Riconciliare
Ascoltando la voce di Paolo, scopriamo infine che la conversione a cui il tempo di Quaresima vuole orientare il cammino dei credenti si sviluppa a partire da una disponibilità a lasciarsi «riconciliare con Dio» (2Cor 5,20) per ricominciare a tessere, con lui e in lui, il filo prezioso della nostra umanità. Le motivazioni per intraprendere questo santo viaggio sono tutt’altro che scontate o insufficienti. Le proclama l’apostolo Paolo, mostrando quanto amore precede e accompagna i passi di ogni autentico ritorno all’amore di Dio: «Colui che non aveva conosciuto peccato, Dio lo fece peccato in nostro favore, perché in lui noi potessimo diventare giustizia di Dio» (2Cor 5,21).
Il peccato di cui parla l’apostolo viene presentato nella riflessione non solo come una realtà che Dio è disposto ad accettare o a scusare, ma addirittura come qualcosa con cui è disposto a immedesimarsi fino in fondo. L’espressione «in nome di Cristo», in stato enfatico iniziale, può indicare «favore» o «sostituzione». Nel primo caso gli apostoli dovrebbero operare a vantaggio di Cristo in quanto suoi ambasciatori; nel secondo caso, invece, svolgono addirittura una funzione vicaria, svolgendo «al suo posto» il ministero di riconciliazione. Le due prospettive sono entrambe possibili, dal momento che è tipico di un ambasciatore sia fare le veci che operare con l’autorità del mandante.
Questa consapevolezza, di essere la voce che «aiuta» e «incarna» il volto paterno di Dio, disposto ad accogliere il ritorno di tutti i suoi figli, accompagna la Chiesa nel tempo della Quaresima, ponendo in fondo al suo cuore materno quell’urgenza di riconciliazione che palpita nel cuore dello stesso Dio: «Ecco ora il momento favorevole, ecco ora il giorno della salvezza!» (2Cor 6,2).

venerdì 16 settembre 2016

Omelia del Card. Bagnasco all'apertura del 26° Congresso Eucaristico

Nell’ora in cui si spegne il giorno, in tutte le nostre Diocesi ha inizio il XXVI Congresso Eucaristico Nazionale. Ora solenne questa, gravida di commozione e di grazia: stretti nel vincolo dell’unica fede, Pastori e Comunità elevano a Gesù-Eucaristia una sinfonia di cuori, una corale preghiera di lode. Vorremmo che l’Italia si accorgesse che sta accadendo qualcosa nel suo grembo, qualcosa di vero e di bello che la riguarda da vicino. Il nostro pensiero corre al Santo Padre Francesco: Egli è con noi con quell’affetto caldo e paterno che tutto il mondo conosce e ricambia. Lo ringrazio per aver voluto nominare me come suo Inviato Speciale per questo momento tanto significativo. A Lui rinnoviamo il nostro affetto filiale e la nostra pronta comunione.
La luce di Cristo
In quest’ora benedetta e attesa, il nostro servizio di credenti ci rende messaggeri, animati dall’umile e l’appassionato ardore di annunciare a tutti e a ciascuno che “Gesù Cristo ti ama, ha dato la sua vita per salvarti, e adesso è vivo al tuo fianco ogni giorno per illuminarti, per rafforzarti, per liberarti” (Francesco, EG 164). Intendiamo annunciare che Dio non è lontano, che nessuno è orfano in questo angosciato tempo, che non siamo vagabondi senza meta, che la solitudine non è il nostro destino, che l’ingiustizia non è l’ultima parola… perché tutti abbiamo una casa che ci aspetta. Questa casa, più che un luogo, è un cuore, il cuore di Cristo. L’Eucaristia è il sacramento di questo cuore umano e divino, il volto di quella misericordia di Dio che il Papa ci fa vivere in quest’anno di grazia; è il “nascondiglio” – l’Eucaristia – della sua reale presenza: lasciarsi afferrare dal mistero eucaristico vuol dire, ogni volta di nuovo, consegnarsi “per Lui, con Lui e in Lui” all’eterna Luce della Trinità.
Proprio questa Luce, che alimenta la lampada della fede, vorremmo offrire ai fratelli e alle sorelle di questo amato Paese. Sappiamo che – nonostante segni contrari – un anelito, un’attesa, un desiderio di senso plenario batte anche nel cuore del nostro tempo. Non dobbiamo aver paura dell’apparente sordità, ma lasciare che questo battito salga lentamente dall’anima dell’uomo fino a farsi ricerca e scoperta. Portare la luce; non è forse questa la missione della Chiesa? Sì, è questa, come ci sollecita costantemente il Santo Padre: “Tutti siamo chiamati a questa nuova uscita missionaria (…) La gioia del Vangelo (…) è una gioia missionaria” (id 20, 21).
Ma uscire da dove? E come? E perché?
Una Chiesa missionaria
Riconosciamolo: siamo tutti esposti al pericolo di rallentare il passo e di assestarci in uno schema che frena l’impegno: può succedere nella vita personale come nella comunità cristiana e nella stessa società. È, dunque, una tensione interiore che deve abitarci; una tensione richiamata dall’Apostolo Paolo: “Guai a me se non predicassi il Vangelo!”. Come credenti, siamo qui per ritrovare una serena ansia apostolica, così da dire ovunque che Gesù è il Signore, senza preferenza di persone e senza equilibrismi di inutile prudenza. Possa dimorare in noi l’ardore del seminatore del Vangelo che sparge a larghe mani senza calcoli: lo fa – potremmo dire – perfino senza criterio, rischiando di perdere la semente sulla strada, tra le pietre e tra i rovi.
Proprio perché la Chiesa non è un’organizzazione, ma il Corpo di Cristo – lo spazio d’incontro con Lui, la comunità dei discepoli, sacramento di luce, mistero di salvezza e di grazia – il nostro compito non è quello di scegliere i terreni, i luoghi, le persone, le categorie: dobbiamo, piuttosto, avere il tratto largo e abbondante del braccio, e soprattutto del cuore! I criteri della missionarietà, come di ogni pastorale, sono infatti quelli delle persone.
Il gesto instancabile del seminatore, però, non è solo generoso: è anche sereno e pieno di fiducia. Sappiamo, infatti, che il frutto del seme non dipende da noi, ma dal seme stesso. Sappiamo che la semente è buona e feconda in se stessa, e questo ci rassicura. Sappiamo, cari Amici, che questo seme è la parola di Cristo: noi siamo i piccoli operai del Vangelo, gli umili braccianti della vigna, mentre Lui è il Seme e il Seminatore, colui grazie al quale il raccolto matura, quindi non secondo i nostri tempi, ma con quelli del Signore. Questa fiducia ci consente, dopo aver faticato tutto il giorno, di poter anche andare a riposare sereni: domattina usciremo di nuovo da casa, dalle nostre sicurezze, e di nuovo andremo incontro alla novità dei terreni, ad imprevisti lieti o dolorosi. Ma il nostro cuore starà nella pace, sapendo che il Signore è fedele.
Una Chiesa eucaristica
Annunciare il Vangelo è vivere Cristo, e partecipare alla missione è vivere la Chiesa. E quando si vive l’incontro con Gesù – così come si vive un rapporto d’amore – l’orizzonte cambia, il cielo è diverso, la vita prende spessore. In Lui tutto è diventato luce, anche le croci. E se la missione è attrazione, ogni cristiano dovrebbe vivere in modo tale da fare “invidia” – santa invidia! – ad altri che, sorpresi, si chiederanno il segreto di questo singolare modo di stare nel mondo, di vivere le cose di tutti, gioie e affanni. Il nostro segreto non è nostro, ma di tutti, poiché Dio abita là dove lo si fa entrare: come Gesù ad Emmaus, che sembra precipitarsi nella locanda con i due discepoli che l’hanno invitato a fermarsi!
La Chiesa nasce dal Crocifisso, dal suo sangue versato e dal suo corpo dato. Nasce dal suo abbandono tra le braccia del Padre. E l’Eucaristia ci porta, a nostra volta, tra le braccia di Dio, rinnovando la gioia di essere figli di Colui che “ha tanto amato gli uomini da mandare il suo Figlio per noi”: essere figli e fratelli è la Chiesa. Celebrare i divini misteri è dunque per la Chiesa tornare alla fonte della grazia, al grembo della vita secondo lo Spirito. Lontani da questa fonte, la buona volontà si prosciuga, la perseveranza si allenta, l’entusiasmo degli inizi perde smalto, le delusioni e la stanchezza hanno il sopravvento: anche l’amore ha le sue fatiche! Cari Amici, se vivere l’Eucaristia è per noi un tornare alla sorgente della bellezza cristiana, allora l’Eucaristia è l’acqua sorgiva che suscita l’annuncio del Vangelo, perché il mondo sia redento e si sveli a tutti il segreto della gioia. Negarci alla missione e alla carità significherebbe negarci all’Eucaristia; sarebbe un tradire l’Eucaristia stessa.
Affidarci al Sacramento ci fa creature nuove, capaci non solo di fare cose grandi, ma di vivere in modo grande le piccole cose di ogni giorno; di fare del poco che siamo un dono per gli altri. La carità non ha muscoli da esibire, ma piccole anfore da portare, anfore comunque capaci di dissetare la sete dei poveri nel corpo e nello spirito. Va in questa direzione la colletta che domenica prossima viene fatta in tutte le nostre Diocesi: un segno di solidale condivisione che si aggiunge alla preghiera per quanti sono stati duramente colpiti dal terremoto nel centro Italia.
La Santa Vergine, la Grande Madre di Dio Regina di Genova, vegli su di noi con la sua maternità: consegniamo a Lei questi giorni. Nessuno meglio di lei può parlarci di Gesù e a Lui condurci per rinnovare lo slancio della fede, che si fa missione e misericordia.

giovedì 25 agosto 2016

Decalogo della docilità allo Spirito Santo

Decalogo della docilità allo Spirito Santo - Padre Andrea Gasparino

1. Lo Spirito parla sottovoce

Lo Spirito è rispettosissimo della tua libertà; è un amore forte e discreto quello dello Spirito, basta un po' di orgoglio e di superficialità e la Sua voce non ti raggiunge più. Lo Spirito tace, tace e attende.

Il Papa nell'enciclica sullo Spirito Santo dice: "Lo Spirito è la suprema guida dell'uomo, la luce dello spirito umano".

2. Se lo Spirito martella c’è un problema che scotta

Quando lo Spirito insiste è perché ci segnala una piaga, bisogna aprire gli occhi. Ogni ritardo ad accogliere la Sua voce fa gravi danni alla tua vita spirituale; ogni prontezza nel rispondere ti rinnova e ti apre a percepire meglio la Sua luce. Ma quante volte lo Spirito martella: "Lascia quell' amicizia. Lascia quell'occasione, lascia quel vizio". E allora quando lo Spirito martella bisogna partire.

Il Papa nell'enciclica, dice: "Sotto l'influsso dello Spirito matura e si rafforza l'uomo interiore. Lo Spirito costruisce in noi l'uomo interiore, lo fa crescere e lo rafforza".

3. Il segreto della gioia è dare continue gioie allo Spirito Santo

Ma bisogna partire dalla concretezza, dalle piccole cose. Ogni atto di umiltà, ogni atto di generosità alimenta la gioia che lo Spirito Santo semina in noi. Quando fate un atto di bontà, voi, se non state attenti, dopo vi inorgoglite un po'. Quando fate un atto di bontà adesso non fate più così; fermatevi e dite: "Grazie, Spirito Santo". Io ho inventato per me questa preghiera; quando faccio una gentilezza adesso dico: "Grazie, Spirito Santo, ancora, ancora", per dirgli: "Continua a ispirarmi la bontà, continua a mettermi un' occasione di fare qualcosa di bello per te". Ecco, continuamente lo Spirito Santo è all' opera, ma bisogna lasciarlo operare.

Il Papa nell'enciclica al numero 67 dice: "La gioia che nessuno può togliere è dono dello Spirito Santo".

4. Lo Spirito non si stanca di parlarti, istruirti, di formarti

Lo Spirito, voglio dire, è la fedeltà dell'amore e usa i mezzi più semplici: ispirazioni, consigli di persone che ti amano, esempi, testimonianze, letture, incontri, avvenimenti...
Il Papa nell'enciclica al numero 58 dice: "Lo Spirito Santo è l'incessante donarsi di Dio".

5. La Parola di Dio è la prima antenna dello Spirito Santo

Voglio dire: impara a leggere la Parola di Dio implorando lo Spirito; non leggere mai la Parola senza lo Spirito. Nutriti della Parola invocando lo Spirito. Prega la Parola nello Spirito. Quando prendi in mano la Parola, primo: alza l' antenna dell' ascolto dello Spirito; poi prega, prega lo Spirito. E' con la Parola e la preghiera che impari a distinguere la voce dello Spirito.

Il Papa nell'enciclica al numero 25 dice: "Con la forza del Vangelo lo Spirito Santo rinnova costantemente la Chiesa". Vedete, la Parola di Dio è l'antenna costante che rinnova la Chiesa, per cui la Chiesa si collega con lo Spirito Santo.

6. Non cessare di ringraziare lo Spirito per quello che fa per te

La tua vita è un intreccio misterioso e continuo di doni dello Spirito Santo: dal Battesimo fino alla morte. Dalla tua nascita fino alla morte c'è un filo d' oro: i doni dello Spirito; un filo d'oro che percorre tutta la tua vita. Tu percepisci appena alcuni doni, ma devi sforzarti di trovarne tanti. E dei doni che percepisci comincia a ringraziare.

Il Papa nell'enciclica al numero 67 dice: "Davanti allo Spirito io mi inginocchio per riconoscenza".

7. Il maligno copia dallo Spirito e fa di tutto per contrastare la sua opera

Satana è la scimmia di Dio, copia da Dio. Anche lui manda le sue ispirazioni, anche lui manda i suoi messaggi, manda i suoi messaggeri.

Certe volte, quando aprite i mass media c'è il messaggero che vi aspetta, ma la potenza dello Spirito Santo sbaraglia con un soffio Satana. Basta affidarci a Lui totalmente e prontamente; poi vinciamo qualunque seduzione di Satana se siamo ben legati allo Spirito Santo.
Incontro sempre più persone che sono impaurite di Satana: non c'è da aver paura di Satana perché abbiamo lo Spirito Santo. Quando ci leghiamo allo Spirito Santo, Satana non può più nulla. Quando invochiamo lo Spirito Santo, Satana è bloccato. Quando sulle persone imploriamo lo Spirito Santo Satana è inefficace.

Il Papa nell'enciclica al numero 38 ha scritto: "Satana, il perverso genio del sospetto, sfida l'uomo a diventare l'avversario di Dio".

8. Un’ offesa frequente allo Spirito è non rapportati a Lui come persona.

Insisterò sempre su questo punto, perché noi non trattiamo lo Spirito Santo come una persona.

Eppure Gesù ci ha affidati a Lui e ha detto che "Vi insegnerà ogni cosa, vi ricorderà quello che vi ho detto", ci accompagnerà, ci convincerà sul peccato, ci strapperà cioè dal peccato.
Gesù ci ha affidati a Lui e ha detto che è il nostro sostegno, il nostro maestro, eppure molto spesso noi non ci rapportiamo a Lui come una persona viva, viva che vive in mezzo a noi. Lo consideriamo una realtà lontana, sfuggente, irreale.

Il Papa ha detto queste bellissime parole, al numero 22 dell'enciclica: "Lo Spirito è non solo un dono alla persona ma è la Persona dono". La Persona che si fa dono, il donarsi incessante a Dio.
E allora abituatevi a cominciare sempre la giornata dicendo: "Buongiorno, Spirito Santo", che è vicino a voi, in voi, e a terminare la giornata dicendo: "Buonanotte Spirito Santo", che è in voi e che guida anche il vostro riposo.

9. Gesù ha promesso che il Padre dà lo Spirito a chiunque lo chiede.

Non ha detto che il Padre dà lo Spirito a chi lo merita; ha detto che dà lo Spirito a chi lo chiede. Allora bisogna chiederlo con fede e con costanza.

Il Papa al numero 65 dell'enciclica dice: "Lo Spirito Santo è il dono che viene nel cuore dell'uomo insieme con la preghiera".

10. Lo Spirito è l’Amore di Dio effuso nei nostri cuori.

Più viviamo nell'amore, più viviamo nello Spirito Santo. Più seguiamo il nostro egoismo più ci allontaniamo dallo Spirito Santo. Però lo Spirito non si arrende mai, continuamente ci stimola nell'amore.

Il Papa nell'enciclica dice: "Lo Spirito Santo è Persona-Amore, in Lui la vita intima di Dio si fa dono".
Mi dona incessante la Sua vita intima, perché l'amore di Dio effuso nei nostri cuori è lo Spirito Santo.

domenica 7 agosto 2016

OMELIA DEL SANTO PADRE Campus Misericordiae - Cracovia - Domenica, 31 luglio 2016

(27-31 LUGLIO 2016)
SANTA MESSA PER LA GIORNATA MONDIALE DELLA GIOVENTÙ
OMELIA DEL SANTO PADRE
Campus Misericordiae - Cracovia

Cari giovani, siete venuti a Cracovia per incontrare Gesù. E il Vangelo oggi ci parla proprio dell’incontro tra Gesù e un uomo, Zaccheo, a Gerico (cfr Lc 19,1-10). Lì Gesù non si limita a predicare, o a salutare qualcuno, ma vuole – dice l’Evangelista – attraversare la città (cfr v. 1). Gesù desidera, in altre parole, avvicinarsi alla vita di ciascuno, percorrere il nostro cammino fino in fondo, perché la sua vita e la nostra vita si incontrino davvero.
Avviene così l’incontro più sorprendente, quello con Zaccheo, il capo dei “pubblicani”, cioè degli esattori delle tasse. Dunque Zaccheo era un ricco collaboratore degli odiati occupanti romani; era uno sfruttatore del suo popolo, uno che, per la sua cattiva fama, non poteva nemmeno avvicinarsi al Maestro. Ma l’incontro con Gesù gli cambia la vita, come è stato e ogni giorno può essere per ciascuno di noi. Zaccheo, però, ha dovuto affrontare alcuni ostacoli per incontrare Gesù. Non è stato facile, per lui, ha dovuto affrontare alcuni ostacoli, almeno tre, che possono dire qualcosa anche a noi.
Il primo è la bassa statura: Zaccheo non riusciva a vedere il Maestro perché era piccolo. Anche oggi possiamo correre il rischio di stare a distanza da Gesù perché non ci sentiamo all’altezza, perché abbiamo una bassa considerazione di noi stessi. Questa è una grande tentazione, che non riguarda solo l’autostima, ma tocca anche la fede. Perché la fede ci dice che noi siamo «figli di Dio, e lo siamo realmente» (1 Gv 3,1): siamo stati creati a sua immagine; Gesù ha fatto sua la nostra umanità e il suo cuore non si staccherà mai da noi; lo Spirito Santo desidera abitare in noi; siamo chiamati alla gioia eterna con Dio! Questa è la nostra “statura”, questa è la nostra identità spirituale: siamo i figli amati di Dio, sempre. Capite allora che non accettarsi, vivere scontenti e pensare in negativo significa non riconoscere la nostra identità più vera: è come girarsi dall’altra parte mentre Dio vuole posare il suo sguardo su di me, è voler spegnere il sogno che Egli nutre per me. Dio ci ama così come siamo, e nessun peccato, difetto o sbaglio gli farà cambiare idea. Per Gesù – ce lo mostra il Vangelo – nessuno è inferiore e distante, nessuno insignificante, ma tutti siamo prediletti e importanti: tu sei importante! E Dio conta su di te per quello che sei, non per ciò che hai: ai suoi occhi non vale proprio nulla il vestito che porti o il cellulare che usi; non gli importa se sei alla moda, gli importi tu, così come sei. Ai suoi occhi vali e il tuo valore è inestimabile.
Quando nella vita ci capita di puntare in basso anziché in alto, può aiutarci questa grande verità: Dio è fedele nell’amarci, persino ostinato. Ci aiuterà pensare che ci ama più di quanto noi amiamo noi stessi, che crede in noi più di quanto noi crediamo in noi stessi, che “fa sempre il tifo” per noi come il più irriducibile dei tifosi. Sempre ci attende con speranza, anche quando ci rinchiudiamo nelle nostre tristezze, rimuginando continuamente sui torti ricevuti e sul passato. Ma affezionarci alla tristezza non è degno della nostra statura spirituale! E’ anzi un virus che infetta e blocca tutto, che chiude ogni porta, che impedisce di riavviare la vita, di ricominciare. Dio, invece, è ostinatamente speranzoso: crede sempre che possiamo rialzarci e non si rassegna a vederci spenti e senza gioia. E’ triste vedere un giovane senza gioia. Perché siamo sempre i suoi figli amati. Ricordiamoci di questo all’inizio di ogni giornata. Ci farà bene ogni mattina dirlo nella preghiera: “Signore, ti ringrazio perché mi ami; sono sicuro che tu mi ami; fammi innamorare della mia vita”. Non dei miei difetti, che vanno corretti, ma della vita, che è un grande dono: è il tempo per amare ed essere amati.
Zaccheo aveva un secondo ostacolo sulla via dell’incontro con Gesù: la vergogna paralizzante. Su questo abbiamo detto qualcosa ieri sera. Possiamo immaginare che cosa sia successo nel cuore di Zaccheo prima di salire su quel sicomoro, ci sarà stata una bella lotta: da una parte una curiosità buona, quella di conoscere Gesù; dall’altra il rischio di una tremenda figuraccia. Zaccheo era un personaggio pubblico; sapeva che, provando a salire sull’albero, sarebbe diventato ridicolo agli occhi di tutti, lui, un capo, un uomo di potere, ma tanto odiato. Ma ha superato la vergogna, perché l’attrattiva di Gesù era più forte. Avrete sperimentato che cosa succede quando una persona diventa tanto attraente da innamorarsene: allora può capitare di fare volentieri cose che non si sarebbero mai fatte. Qualcosa di simile accadde nel cuore di Zaccheo, quando sentì che Gesù era talmente importante che avrebbe fatto qualunque cosa per Lui, perché Lui era l’unico che poteva tirarlo fuori dalle sabbie mobili del peccato e della scontentezza. E così la vergogna che paralizza non ha avuto la meglio: Zaccheo – dice il Vangelo – «corse avanti»,  «salì» e poi, quando Gesù lo chiamò,  «scese in fretta» (vv. 4.6). Ha rischiato, si è messo in gioco. Questo è anche per noi il segreto della gioia: non spegnere la curiosità bella, ma mettersi in gioco, perché la vita non va chiusa in un cassetto. Davanti a Gesù non si può rimanere seduti in attesa con le braccia conserte; a Lui, che ci dona la vita, non si può rispondere con un pensiero o con un semplice “messaggino”!
Cari giovani, non vergognatevi di portargli tutto, specialmente le debolezze, le fatiche e i peccati nella Confessione: Lui saprà sorprendervi con il suo perdono e la sua pace. Non abbiate paura di dirgli “sì” con tutto lo slancio del cuore, di rispondergli generosamente, di seguirlo! Non lasciatevi anestetizzare l’anima, ma puntate al traguardo dell’amore bello, che richiede anche la rinuncia, e un “no” forte al doping del successo ad ogni costo e alla droga del pensare solo a sé e ai propri comodi.
Dopo la bassa statura, dopo vergogna paralizzante, c’è un terzo ostacolo che Zaccheo ha dovuto affrontare, non più dentro di sé, ma attorno a sé. È la folla mormorante, che prima lo ha bloccato e poi lo ha criticato: Gesù non doveva entrare in casa sua, in casa di un peccatore! Quanto è difficile accogliere davvero Gesù, quanto è duro accettare un «Dio, ricco di misericordia» (Ef 2,4). Potranno ostacolarvi, cercando di farvi credere che Dio è distante, rigido e poco sensibile, buono con i buoni e cattivo con i cattivi. Invece il nostro Padre «fa sorgere il suo sole sui cattivi e sui buoni» (Mt 5,45) e ci invita al coraggio vero: essere più forti del male amando tutti, persino i nemici. Potranno ridere di voi, perché credete nella forza mite e umile della misericordia. Non abbiate timore, ma pensate alle parole di questi giorni: «Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia» (Mt 5,7). Potranno giudicarvi dei sognatori, perché credete in una nuova umanità, che non accetta l’odio tra i popoli, non vede i confini dei Paesi come delle barriere e custodisce le proprie tradizioni senza egoismi e risentimenti. Non scoraggiatevi: col vostro sorriso e con le vostre braccia aperte voi predicate speranza e siete una benedizione per l’unica famiglia umana, che qui così bene rappresentate!
La folla, quel giorno, ha giudicato Zaccheo, lo ha guardato dall’alto in basso; Gesù, invece, ha fatto il contrario: ha alzato lo sguardo verso di lui (v. 5). Lo sguardo di Gesù va oltre i difetti e vede la persona; non si ferma al male del passato, ma intravede il bene nel futuro; non si rassegna di fronte alle chiusure, ma ricerca la via dell’unità e della comunione; in mezzo a tutti, non si ferma alle apparenze, ma guarda al cuore. Gesù guarda il nostro cuore, il tuo cuore, il mio cuore. Con questo sguardo di Gesù, voi potete far crescere un’altra umanità, senza aspettare che vi dicano “bravi”, ma cercando il bene per sé stesso, contenti di conservare il cuore pulito e di lottare pacificamente per l’onestà e la giustizia. Non fermatevi alla superficie delle cose e diffidate delle liturgie mondane dell’apparire, dal maquillage dell’anima per sembrare migliori. Invece, installate bene la connessione più stabile, quella di un cuore che vede e trasmette il bene senza stancarsi. E quella gioia che gratuitamente avete ricevuto da Dio, per favore, gratuitamente donatela (cfr Mt 10,8), perché tanti la attendono! E la attendono da voi.
Ascoltiamo, infine, le parole di Gesù a Zaccheo, che sembrano dette apposta per noi oggi, per ognuno di noi: «Scendi subito, perché oggi devo fermarmi a casa tua» (v. 5). “Scendi subito, perché oggi devo fermarmi con te. Aprimi la porta del tuo cuore”. Gesù ti rivolge lo stesso invito: “Oggi devo fermarmi a casa tua”. La GMG, potremmo dire, comincia oggi e continua domani, a casa, perché è lì che Gesù vuole incontrarti d’ora in poi. Il Signore non vuole restare soltanto in questa bella città o nei ricordi cari, ma desidera venire a casa tua, abitare la tua vita di ogni giorno: lo studio e i primi anni di lavoro, le amicizie e gli affetti, i progetti e i sogni. Quanto gli piace che nella preghiera tutto questo sia portato a Lui! Quanto spera che tra tutti i contatti e le chat di ogni giorno ci sia al primo posto il filo d’oro della preghiera! Quanto desidera che la sua Parola parli ad ogni tua giornata, che il suo Vangelo diventi tuo, e che sia il tuo “navigatore” sulle strade della vita!
Mentre ti chiede di venire a casa tua, Gesù, come ha fatto con Zaccheo, ti chiama per nome. Tutti noi, Gesù chiama per nome. Il tuo nome è prezioso per Lui. Il nome di Zaccheo evocava, nella lingua del tempo, il ricordo di Dio. Fidatevi del ricordo di Dio: la sua memoria non è un “disco rigido” che registra e archivia tutti i nostri dati, la sua memoria è un cuore tenero di compassione, che gioisce nel cancellare definitivamente ogni nostra traccia di male. Proviamo anche noi, ora, a imitare la memoria fedele di Dio e a custodire il bene che abbiamo ricevuto in questi giorni. In silenzio facciamo memoria di questo incontro, custodiamo il ricordo della presenza di Dio e della sua Parola, ravviviamo in noi la voce di Gesù che ci chiama per nome. Così preghiamo in silenzio, facendo memoria, ringraziando il Signore che qui ci ha voluti e incontrati.

mercoledì 27 luglio 2016

Nel nome di Gesù

 Di fronte all'uccisione di P. Jacques Hamel è difficile trovare le parole. Per questo ci affidiamo a quelle di frère Christian de Chergé, ucciso in Algeria nel 1996.

Nella notte tra il 26 e il 27 marzo del 1996, sette dei nove monaci che formavano la comunità del monastero di Tibhirine, fondato nel 1938 vicino alla città di Médéa 90 km a sud di Algeri, furono rapiti da un gruppo di terroristi. Il 21 maggio dello stesso anno, dopo inutili trattative, il sedicente «Gruppo Islamico Armato» ha annunciato la loro uccisione. Il 30 maggio furono ritrovate le loro teste, i corpi non furono mai ritrovati.

Testamento spirituale di Frère Christian de Chergé del Monastero di Tibhirine.

Se mi capitasse un giorno (e potrebbe essere oggi) di essere vittima del terrorismo che sembra voler coinvolgere ora tutti gli stranieri che vivono in Algeria, vorrei che la mia comunità, la mia chiesa, la mia famiglia si ricordassero che la mia vita era donata a Dio e a questo paese.
Che essi accettassero che l'unico Padrone di ogni vita non potrebbe essere estraneo a questa dipartita brutale. Che pregassero per me: come potrei essere trovato degno di una tale offerta? Che sapessero associare questa morte a tante altre ugualmente violente, lasciate nell'indifferenza dell'anonimato.
La mia vita non ha più valore di un'altra. Non ne ha neanche meno. In ogni caso non ha l'innocenza dell'infanzia. Ho vissuto abbastanza per sapermi complice del male che sembra, ahimé, prevalere nel mondo, e anche di quello che potrebbe colpirmi alla cieca.
Venuto il momento, vorrei avere quell'attimo di lucidità che mi permettesse di sollecitare il perdono di Dio e quello dei miei fratelli in umanità, e nel tempo stesso di perdonare con tutto il cuore chi mi avesse colpito.
Non potrei auspicare una tale morte. Mi sembra importante dichiararlo. Non vedo, infatti, come potrei rallegrarmi del fatto che questo popolo che amo sia indistintamente accusato del mio assassinio.
Sarebbe un prezzo troppo caro, per quella che, forse, chiameranno «grazia del martirio», il doverla a un algerino, chiunque egli sia, soprattutto se dice di agire in fedeltà a ciò che crede essere l'Islam.
So il disprezzo con il quale si è arrivati a circondare gli algerini globalmente presi. So anche le caricature dell'Islam che un certo islamismo incoraggia. E' troppo facile mettersi a posto la coscienza identificando questa via religiosa con gli integralismi dei suoi estremisti.
L'Algeria e l'Islam, per me, sono un'altra cosa: sono un corpo e un'anima. L'ho proclamato abbastanza, credo, in base a quanto ne ho concretamente ricevuto, ritrovandovi così spesso il filo conduttore del vangelo imparato sulle ginocchia di mia madre, la mia primissima chiesa, proprio in Algeria e, già allora, nel rispetto dei credenti musulmani.
Evidentemente, la mia morte sembrerà dar ragione a quelli che mi hanno rapidamente trattato da ingenuo o da idealista: «Dica adesso quel che ne pensa!». Ma costoro devono sapere che sarà finalmente liberata la mia più lancinante curiosità.
Ecco che potrò, se piace a Dio, immergere il mio sguardo in quello del Padre, per contemplare con lui i suoi figli dell'Islam come lui li vede, completamente illuminati dalla gloria di Cristo, frutti della sua passione, investiti del dono dello Spirito, la cui gioia segreta sarà sempre lo stabilire la comunione e il ristabilire la somiglianza, giocando con le differenze.
Di questa vita perduta, totalmente mia, e totalmente loro, io rendo grazie a Dio che sembra averla voluta tutta intera per quella gioia, attraverso e nonostante tutto.
In questo grazie in cui tutto è detto, ormai, della mia vita, includo certamente voi, amici di ieri e di oggi, e voi, amici di qui, accanto a mia madre e a mio padre, alle mie sorelle e ai miei fratelli, e ai loro, centuplo accordato come promesso!
E anche te, amico dell'ultimo minuto, che non avrai saputo quel che facevi. Sì, anche per te voglio questo grazie e questo ad-Dio profilatosi con te. E che ci sia dato di ritrovarci, ladroni beati, in paradiso, se piace a Dio, Padre nostro, di tutti e due. Amen!
Insc'Allah.
Algeri, 1º dicembre 1993
Tibhirine, 1º gennaio 1994